LE SEI MOGLI DI ENRICO VIII
Musical
10 Ottobre 2026 - Teatro SS Trinità (Verona)
Sei donne. Un re.
Cinquecento anni di silenzio da recuperare.
La CMT Musical Theatre Company dà vita a uno show esplosivo — ballato, recitato e cantato dal vivo — in cui le sei mogli di Enrico VIII raccontano la propria storia.
Lo spettacolo, in un unico atto, è liberamente ispirato al musical “Six”, con musiche di Toby Marlow e Lucy Moss, e propone una rivisitazione moderna delle vite delle sei mogli del re d’Inghilterra, presentate come un vero e proprio concerto pop. Chi sarà la regina dal destino più difficile? Chi emergerà vittoriosa da questo contest diviso tra passato e presente?
Entra nello spettacolo e immergiti nella sua atmosfera prima ancora che si alzi il sipario.
In poche righe ti raccontiamo chi erano davvero le sei regine, le loro vite e perché questa storia di cinquecento anni fa continua a parlarci.
Chi era Enrico VIII
Le sei mogli
Enrico VIII regnò sull’Inghilterra dal 1509 al 1547, trasformando il Paese per sempre. Salito al trono a soli diciassette anni come “secondo figlio” mai destinato alla corona (il fratello maggiore Arthur era morto giovanissimo), Enrico passò il resto della vita a cercare disperatamente una cosa sola: l’erede maschio che garantisse la sopravvivenza della dinastia Tudor.
Per ottenerlo si sposò sei volte, generando uno scandalo dietro l’altro, rompendo con la Chiesa di Roma e fondando la Chiesa d’Inghilterra, mandando a morte due mogli e divorziandone altre due. Alla sua morte, nel 1547, lasciava un solo erede maschio (Edoardo, morto adolescente) e due figlie — Maria ed Elisabetta — che sarebbero diventate tra i monarchi più importanti della storia inglese.
Le sei mogli di Enrico VIII, in ordine, furono: Caterina d’Aragona (1509-1533), Anna Bolena (1533-1536), Jane Seymour (1536-1537), Anna di Clèves (1540), Caterina Howard (1540-1542) e Caterina Parr (1543-1547).
La filastrocca inglese che tutti imparano a scuola per ricordare il loro destino — divorced, beheaded, died, divorced, beheaded, survived (divorziata, decapitata, morta, divorziata, decapitata, sopravvissuta) — apre il nostro spettacolo cantata dalle regine, prima di ribellarsi all’idea di essere ridotte ciascuna a una sola parola.
Sei parole, sei destini diversissimi tra loro: sei donne con una storia, un carattere e una voce propria, che nelle prossime sezioni raccontiamo una per una.
Da sapere per goderti lo spettacolo
I testi delle canzoni, in inglese, sono pieni di giochi di parole, riferimenti anacronistici (i social media, gli hashtag, il gossip contemporaneo mescolati al 1500) e ironia tagliente. Per approfondire trovi una guida all’ascolto qui.
Le sei regine
e le loro storie
Catherine of Aragon
La storia vera.
Caterina arrivò in Inghilterra a sedici anni per sposare il principe Arthur, erede al trono. Arthur morì pochi mesi dopo le nozze, e Caterina visse per sette anni a Londra come vedova, praticamente reclusa e in ristrettezze economiche, prima di sposare il fratello minore di lui, il diciottenne Enrico, nel 1509. Fu regina per ventiquattro anni — più a lungo di chiunque altra — ma non riuscì a dare a Enrico l’erede maschio che voleva (la loro unica figlia sopravvissuta, Maria, sarebbe diventata regina). Quando Enrico si invaghì di Anna Bolena, chiese al Papa l’annullamento del matrimonio sostenendo che l’unione con la vedova di suo fratello fosse peccaminosa. Il Papa rifiutò. Enrico, dopo anni di braccio di ferro, ruppe con Roma e si autoproclamò capo della nuova Chiesa d’Inghilterra pur di liberarsi di lei. Caterina non accettò mai l’annullamento e si considerò regina legittima fino alla morte, nel 1536.
Nella canzone.
“No Way” è un brano R&B dal groove latino, ispirato a Beyoncé e alle radici spagnole di Caterina: il rifiuto categorico di una donna che ha rispettato ogni regola per ventiquattro anni e ora si vede scaricata. La riga più tagliente — “If you thought it’d be funny to send me to a nunnery, honey, there’s no way” — è storicamente accurata: Enrico propose davvero di rinchiuderla in convento come soluzione elegante al problema. Nota anche il gioco tra “Sh…” (censurato) e il tema della pazienza esaurita: Caterina passa da “ho sempre taciuto” a “ora parlo io”, ed è proprio la struttura musicale del brano — che esplode nel ritornello — a raccontarlo.
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Anne Boleyn
La storia vera.
Anna crebbe alla corte francese e tornò in Inghilterra colta, arguta e ambiziosa. Divenne l’amante — poi la seconda moglie — di Enrico dopo un corteggiamento lunghissimo, e il suo rifiuto di diventare “solo un’amante” fu una delle cause dirette dello scisma anglicano: Enrico ruppe con Roma proprio per poterla sposare. Diede alla luce Elisabetta (la futura Elisabetta I), ma non l’erede maschio atteso. Nel giro di tre anni cadde in disgrazia: fu accusata di adulterio, incesto e tradimento — accuse quasi certamente costruite — e decapitata alla Torre di Londra il 19 maggio 1536.
Nella canzone.
“Don’t Lose Your Head” è il pezzo più esplicitamente anacronistico e ironico dello show: Anna racconta la propria caduta con il linguaggio dei social media — “your comment went viral”, “LOL” — trasformando un dramma di corte in un dramma da influencer travolta dal gossip. Il ritornello “sorry, not sorry ’bout what I said” gioca sul doppio registro: leggerezza pop e macabra ironia, visto che “perdere la testa” (loose your head) qui è letterale. È probabilmente il brano con più umorismo nero dello spettacolo, e vale la pena coglierne il contrasto tra la musica allegra e il tragico destino.
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Jane Seymour
La storia vera.
Jane fu dama di corte sia di Caterina che di Anna Bolena prima di attirare l’attenzione di Enrico. Si sposarono appena undici giorni dopo l’esecuzione di Anna. Nel 1537 diede finalmente a Enrico il figlio maschio tanto atteso, Edoardo — ma morì dodici giorni dopo il parto per complicazioni (febbre puerperale). Fu l’unica delle sei mogli a ricevere un funerale regale completo, e Enrico chiese di essere sepolto accanto a lei.
Nella canzone.
“Heart of Stone” è la ballad più struggente dello show, lontana dai toni pop delle altre: qui non ci sono giochi di parole da cogliere, ma una scrittura emotiva diretta sulla scelta di amare qualcuno di instabile e pericoloso senza lasciarsi spezzare — “you can build me up, you can tear me down… you’ll find that I’m unshakable”. “The only one he truly loved” — l’unica che lui abbia davvero amato — è il modo in cui la tradizione l’ha sempre raccontata, e la canzone la conferma senza ironia, a differenza di quasi tutti gli altri brani dello show: qui Jane dichiara il proprio amore senza ambiguità — “when I say you’re the only one I’ve ever loved, I mean those words truthfully” — anche sapendo che, senza il figlio maschio che gli ha dato, quell’amore avrebbe potuto svanire come per le altre. Il momento più intimo dello show.
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Anne of Clèves
La storia vera.
Dopo la morte di Jane Seymour, il ministro Thomas Cromwell organizzò per Enrico un matrimonio politico con Anna, principessa tedesca del ducato di Clèves, per rafforzare un’alleanza protestante. Enrico la scelse basandosi su un ritratto dipinto da Hans Holbein il Giovane, il grande pittore di corte. Quando Anna arrivò in Inghilterra, però, Enrico dichiarò di essere rimasto deluso dal suo aspetto reale — un episodio ancora oggi dibattuto dagli storici: più probabilmente, la delusione nacque da aspettative irreali, differenze culturali o semplice incompatibilità personale. Il matrimonio, mai consumato secondo le fonti ufficiali, fu annullato dopo appena sei mesi. A differenza delle altre, Anna negoziò l’uscita di scena con intelligenza: ottenne titoli, proprietà e un’ottima rendita, e visse con il titolo onorifico di “Sorella del Re” (King’s Sister) fino al 1557, sopravvivendo a tutti gli altri.
Nella canzone.
“Get Down” è il pezzo più euforico e vendicativo dello spettacolo: Anna, invece di piangersi addosso, canta la sua vita da ricchissima e indipendente ex-regina — “I’m the queen of the castle, get down, you dirty rascal”. Da notare i giochi di parole che mescolano tedesco e inglese: “Ich bin Anna of Cleves” (il tedesco “Ich bin” per presentarsi), “das ist gut” (“questo è buono”), “Wienerschnitzel, not an English flower” (la cotoletta viennese contrapposta al “fiore inglese”, cioè una donna inglese). E soprattutto la battuta sul “profile picture” che gioca sull’equivoco del ritratto di Holbein. È probabilmente il brano con l’ironia più contemporanea.
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Katharine Parr
La storia vera.
Caterina aveva solo diciassette anni quando sposò Enrico, che ne aveva quasi cinquanta, nel 1540 — lo stesso giorno in cui Cromwell veniva giustiziato. Prima del matrimonio, da adolescente sotto la tutela della nonna (la Duchessa vedova di Norfolk), era stata vittima di abusi da parte di adulti in posizione di autorità: il maestro di musica Henry Mannox iniziò a molestarla quando lei aveva 12-13 anni, lui circa 36, e lei stessa testimoniò di aver “sopportato” le sue avances per persuasione. Poco dopo, intorno ai 14-15 anni, ebbe una relazione con Francis Dereham, un segretario della casa — Caterina dichiarò al processo di essere stata sedotta con pressioni, e in una testimonianza disse che lui l’aveva usata “più volte contro la sua volontà”, sebbene altre fonti parlino di un rapporto più consensuale tra giovani. Accusata poi di una relazione con il cortigiano Thomas Culpeper durante il matrimonio con il re, fu giustiziata alla Torre di Londra il 13 febbraio 1542.
Nella canzone.
“All You Wanna Do” è un brano complesso, perché sotto la superficie di un pop brillante (nello stile di Ariana Grande) racconta una storia di sfruttamento e abuso di potere ripetuto, da adulto ad adulto, fino al re stesso. Il ritornello che sembra parlare di desiderio — “all you wanna do is touch me, love me” — si trasforma progressivamente, di strofa in strofa, in un racconto sempre più a disagio, fino al verso finale che rivela la crudeltà della ripetizione: ogni uomo, incluso il re, vuole “la stessa unica cosa”. È il momento in cui lo show smette di essere solo intrattenimento e obbliga il pubblico a guardare in faccia un tema di attualità assoluta.
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Catherine Howard
La storia vera.
Caterina Parr era già stata vedova due volte ed era innamorata di Thomas Seymour (fratello di Jane) quando Enrico, ormai anziano e malato, la scelse come sesta moglie nel 1543. Accettò per dovere, rinunciando all’amore per un uomo malato e pericoloso. Fu una delle donne più istruite della sua epoca: scrisse libri propri (fu la prima donna a pubblicare in inglese sotto il proprio nome durante il regno di un Tudor), promosse l’educazione femminile e fece da reggente quando Enrico era in Francia. Sopravvisse al re, morendo nel 1548 poco dopo aver finalmente sposato Thomas Seymour.
Nella canzone.
“I Don’t Need Your Love” (Non ho bisogno del tuo amore) comincia come una ballad malinconica sull’addio al vero amore, ma nella seconda parte cambia completamente registro: Caterina si rifiuta di essere ricordata solo come “l’ultima moglie sopravvissuta” e rivendica la propria identità di scrittrice e intellettuale — “I wrote books and psalms and meditations… why can’t I tell that story?” (Ho scritto libri, salmi e meditazioni… perché non posso raccontare quella storia?). È il brano-cerniera dello spettacolo: sposta il discorso dalla competizione tra regine a una domanda più grande, che la sezione finale sviluppa fino in fondo: il diritto di essere ricordate per la propria opera e non solo per la propria relazione con un uomo potente.
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Lo sapevi che...
La "colpa" non era delle mogli?
Per secoli si è dato per scontato che il problema dell’assenza di eredi maschi fosse un “difetto” delle mogli di Enrico VIII. Oggi sappiamo che questa lettura è probabilmente sbagliata.
Nel 2011, due ricercatori hanno pubblicato uno studio rivoluzionario su The Historical Journal (Cambridge University Press) che propone una spiegazione medica completamente diversa: Enrico VIII era portatore di un gruppo sanguigno raro, Kell positivo, mentre le sue mogli erano Kell negativo.
Cosa significa? Quando un uomo Kell positivo concepisce un figlio con una donna Kell negativa, la prima gravidanza può andare bene. Ma nelle gravidanze successive, il corpo della donna produce anticorpi che attaccano il feto, causando aborti spontanei o nati morti. In sintesi: le mogli di Enrico VIII furono accusate e punite per qualcosa che molto probabilmente dipendeva da una caratteristica genetica del re stesso.
I brani del musical
Ex wives
Six
Il primo numero dello spettacolo: le sei regine entrano in scena e cantano la filastrocca famosa — divorced, beheaded, died, divorced, beheaded, survived — prima di ribellarsi all’idea di essere ridotte a una sola parola a testa. Il ritornello introduce il concept dello show: “Welcome to the show, to the histo-remix” — benvenute allo “storia-remix”, cioè la riscrittura della storia dal loro punto di vista. Da “six wives” (sei mogli) a “ex-wives” (ex mogli): il cambio di prefisso è già un atto di rivendicazione.
L’ultimo brano dello show: dopo aver raccontato le proprie storie, le sei regine si fermano e si chiedono “e se?” — e se non avessero mai sposato Enrico, chi sarebbero potute diventare? Ognuna immagina un futuro alternativo: Caterina d’Aragona diventa una monaca cantante, Anna Bolena una cantautrice di successo, Jane Seymour una madre di famiglia felice, Anna di Clèves una party girl in tournée, Caterina Howard una musicista indipendente, Caterina Parr una scrittrice e intellettuale. È il momento in cui lo show smette di guardare al passato e immagina un futuro in cui queste donne non sono più definite da Enrico, ma da se stesse.
Una storia antica di 500 anni, ancora troppo attuale.
Per gran parte dello spettacolo, le sei regine sembrano impegnate in una gara: chi di loro merita il titolo di “vittima definitiva” di Enrico VIII, la moglie che ha sofferto di più e quindi “vince”. È un meccanismo scenico intelligente perché rispecchia qualcosa di reale: per cinquecento anni, la storia ha effettivamente ridotto queste sei donne a una classifica — la ripudiata, la decapitata, quella morta di parto, la scartata, l’adultera, la sopravvissuta. Etichette, non persone.
Il colpo di scena dello spettacolo è che, verso la fine, le regine stesse rifiutano questa competizione. È il momento in cui lo show smette di chiedere “quale di noi ha sofferto di più” e comincia a chiedere “chi siamo, oltre a lui?”.
Un'opportunità preziosa.
Le vicende di queste sei donne, per quanto lontane nel tempo, toccano temi che restano attualissimi: il controllo sul corpo e sulle scelte delle donne, il peso della reputazione e del giudizio pubblico, l’abuso di potere e, più in generale, il concetto di consenso. Questo spettacolo ci offre l’opportunità preziosa di parlare di storia usando il linguaggio della cultura pop contemporanea, rendendo accessibili temi ancora, tristemente, attuali e non affrontati abbastanza, soprattutto tra i più giovani.
Il nostro adattamento nasce con la stessa ambizione: essere un punto d’ingresso divertente e diretto verso una riflessione più ampia sulla parità di genere, ieri come oggi.
Per insegnanti e studenti.
Questo spettacolo può essere un’occasione per discutere in classe temi come la costruzione narrativa della storia (chi decide come viene raccontata una vicenda, e da quale punto di vista), il consenso e le dinamiche di potere nelle relazioni, e il modo in cui la cultura pop può essere un veicolo serio per l’educazione civica.
Saremo felici di proporre lo spettacolo anche in contesto scolastico, con un momento di discussione guidata a seguire.
Info pratiche
In scena il 10 ottobre 2026 al Teatro SS. Trinità, Via Santissima Trinità, 8, 37122 Verona VR.
Regia e direzione artistica: Andrea Manganotto.
Con la collaborazione degli insegnanti di teatro e danza della scuola CMT, che hanno curato le parti recitate e coreografate.